20 nomi di dolci regionali spiegati parte seconda

Ecco la spiegazione di altri dieci nomi di dolci regionali italiani. Qui c’è la prima parte dell’articolo.

Marche

In Italia il Carnevale è sempre un’ottima occasione per gustare dei dolci tipici, spesso fritti. Tra quelli offerti dalle Marche ci sono gli scroccafusi. Si tratta di dolcetti irregolari fatti con farina, uova, poco zucchero e poco olio, aromatizzati in genere con un po’ di mistrà. Una volta realizzato l’impasto lo si lascia riposare, quindi si realizzano i singoli scroccafusi, li si fa bollire un paio di minuti e si procede poi alla frittura finale (c’è anche chi li prepara al forno). A fine cottura si decorano con zucchero e alchermes.

Il nome è molto onomatopeico e si riferisce al rumore che i dolcetti fanno sotto i denti.

Lazio

In Lazio e nelle vicine Marche si possono gustare i maritozzi, dolci lievitati dai natali antichi, in quanto sembrano essere l’evoluzione di una preparazione dell’antica Roma. Sono dei panini dolci, una volta cotti e raffreddati vengono farciti con panna montata, o almeno così vuole la tradizione.

Da sempre molto consumati in quaresima (come attesta anche Gioacchino Belli, poeta romano dell’ottocento), si dice che venissero anche regalati alle fidanzate dai futuri mariti il primo venerdì di marzo. Per questa ragione i dolci presero l’appellativo di maritozzi, termine dialettale e scherzoso per indicare i mariti.

Abruzzo

Nel 1920 il pasticcere pescarese Luigi D’Amico decise di creare un dolce ispirato al pane rozzo, un tipo di pane povero tipico dei contadini, caratterizzato dalla crosta bruciacchiata e dalla mollica gialla per la farina di mais. D’Amico realizzò quindi una torta semisferica alle mandorle, richiamando il giallo del granoturco con le uova e la crosta bruciata con una glassatura di cioccolato.

Sembra che la prima persona ad averla provata sia stata Gabriele D’Annunzio, amico personale del pasticcere, che ne rimase estasiato: arrivò a dedicargli una poesia e contribuì a rendere popolare il dolce. Fu proprio il poeta a ribattezzare il dolce, ingentilendone il nome in parrozzo.

Molise

In Italia le feste tradizionali sono un ottimo momento per gustare dolci prelibatezze fritte. In Molise sotto Natale si preparano, tra gli altri, i caraccioli, delle gustose frittelle dalla caratteristica forma spiralata. La ricetta è semplice ma richiede molta pazienza e altrettanta manualità: si realizza un impasto con farina, uova, olio d’oliva e poco zucchero e lo si lascia riposare. Quindi si realizzano dei filoncini e li si avvolgono attorno a un fuso di legno per ottenere la forma ad elica. Una volta formati si friggono e si decorano con del miele.

È difficile risalire all’etimologia del nome, nel suo “Dalla lingua d’Europa alle lingue europee” il prof. Antonio Fratangelo ipotizza un’origine sanscrita: kar, “Colui che fa” (il Creatore) e gnh, “cibo sacro”, ottenendo quindi “il cibo del Signore”

Campania

La storia del babà è particolarmente avvincente, in quanto si intreccia con le vicende politiche di nobili e sovrani e attraversa almeno 3 diverse nazioni. Riassumerla in poche righe è sprecato, diciamo solo che la sua invenzione è attribuita al re polacco Stanislao Leszczyński, che ammorbidì il gugelhupf bagnandolo con uno sciroppo al Tokaj e lo chiamò babka ponczowa, ispirandosi forse al personaggio Alì Babà de “Le mille e una notte”. Nel 1835, a Parigi,  il pasticcere  Nicolas Stohrer perfezionò il dolce e gli conferì la caratteristica forma a fungo. I francesi chiamarono il dolce baba. Poco dopo la ricetta giunse a Napoli e riscosse un incredibile successo, diventando una parte fondamentale del patrimonio dolciario partenopeo con il nome di babbà o babà.

Basilicata

Sono molte le tavole Lucane dove a Natale non possono mancare le strazzate. Sono dei biscotti duri alle mandorle tipici di Matera, possono presentare delle varianti nell’impasto (spezie, gocce di cacao, caffè, …) ma, almeno secondo tradizione, devono avere sempre una forma piuttosto irregolare.

Proprio alla forma si deve il nome, che in dialetto significa “stracciate”.

Puglia

Per molti pugliesi non è Natale senza le cartellate (italianizzazione del nome dialettale). Questi dolcetti si trovano anche in altre regioni italiane con nomi diversi, quello che li accomuna è la forma a rosetta, ottenuta arrotolando dei nastri di impasto (farina, olio e vino bianco) tagliati con una rotella dentata. La forma descritta presenta molti richiami alla cristianità: può essere vista come un’aureola, come le fasce che avvolgevano Gesù bambino o ancora come la corona di spine. Una volta fritte, le cartellate possono essere ricoperte di miele o fatte macerare nel vino cotto.

Sul nome ci sono 2 ipotesi principali: potrebbe derivare da “incartellate” (accartocciate) o dal greco  kartallos, termine che indica un cesto dalla forma puntuta.

Calabria

Anche per questa regione la scelta cade su un dolce tipicamente natalizio: i petrali. Si tratta di mezzelune di frolla (da realizzare con lo strutto) ripiene di miele, spezie, frutta secca e vino cotto.

Non si trovano fonti ufficiali per il nome, sembra che in origine si chiamassero pretali in quanto inventati da un prete insieme alla sua perpetua.

Sicilia

Per la Sicilia la scelta cade su uno dei suoi dolci più famosi in assoluto: la cassata. Per i pochi che non la conoscessero è una torta a base di ricotta (possibilmente di pecora), pan di spagna, pasta di mandorle e frutta candita, spesso riccamente decorata con glassa reale o con marzapane al pistacchio. Essendo diffusa in tutta la regione le varianti sono molte, soprattutto a livello estetico, e non manca una versione tradizionale al forno.

Il nome presenta 2 etimologie possibili: l’arabo quas’at (bacinella) o il latino caseum (formaggio).

Sardegna

Si dice spesso che quella sarda sia una lingua e non un dialetto, ragion per cui sono moltissimi i piatti dai nomi incomprensibili ai non isolani. Essendoci quindi l’imbarazzo della scelta, tanto vale descrivere uno dei dolci più popolari: le seadas. Si tratta di ravioli circolari fritti, fatti con semola e strutto, ripieni con pecorino fresco, miele e scorza d’agrumi.

Anche qui ci sono diverse ipotesi etimologiche, una molto condivisa è il latino sebum (grasso animale), per l’aspetto oleoso delle seadas o per il grasso all’interno. Tale teoria è rafforzata dal termine sardo seu, che significa “grasso”. Un’altra possibilità è che il termine seada derivi dallo spagnolo cebada, parola che indica sia l’orzo che il participio passato del verbo “cibare”.

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